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BUON COMPLEANNO ITALIA!

Guarda gli auguri del Presidente della Repubblica

Permettetemi una riflessione in un momento in cui anche ciò che sembra scontato (festeggiare l’anniversario dell’essere diventati Nazione) non appare così sicuro..

Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia credo debba essere un’occasione per festeggiare con orgoglio la conquista dell’unità della nostra nazione (completata negli anni a seguire) per cui giovani d’allora si sono battuti due secoli fa e, forse, per chiederci cosa stiamo facendo o possiamo fare noi, giovani d’oggi, per considerarci all’altezza delle vite che i nostri predecessori hanno sacrificato.

Abbiamo ancora un senso di appartenenza? Un’idealità che ci fà sentire uniti, comunità? E che soprattutto ci fa sentire pronti a spenderci per gli altri?

Sono ideali ormai passati, da vecchi?

Che cosa ci fa sentire orgogliosi di essere giovani d’oggi?

Io sono fiero di essere italiano, sono fiero dell’Italia, tutta, con i suoi mille difetti e pur con le schifezze che ci fanno stortare il naso ogni giorno..

Forse, ciò che può farci sentire orgogliosi dell’essere giovani oggi, è il sapere che ci stiamo impegnando per il nostro Paese e per chi lo abita; che stiamo dando, nel limite delle nostre possibilità, un piccolo contributo per migliorare il posto in cui viviamo..

VIVA L’ITALIA!!

Leggete con che passione Manzoni ha sognato l’Italia unita..possibile che adesso ci vergognamo di cantare l’Inno di Mameli???

MARZO 1821

[A. Manzoni]

Vòlti i guardi al varcato Ticino,

Tutti assorti nel novo destino,

Certi in cor dell’antica virtù,

Han giurato: Non fia che quest’onda

Scorra più tra due rive straniere;

Non fia loco ove sorgan barriere

Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro

Rispondean da fraterne contrade,

Affilando nell’ombra le spade

Che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno stretto le destre;

Già le sacre parole son porte:

O compagni sul letto di morte,

O fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,

Della Bormida al Tanaro sposa,

Del Ticino e dell’Orba selvosa

Scerner l’onde confuse nel Po;

Chi stornargli del rapido Mella

E dell’Oglio le miste correnti,

Chi ritogliergli i mille torrenti

Che la foce dell’Adda versò,

Quello ancora una gente risorta

Potrà scindere in volghi spregiati,

E a ritroso degli anni e dei fati,

Risospingerla ai prischi dolor:

Una gente che libera tutta,

O fia serva tra l’Alpe ed il mare;

Una d’arme, di lingua, d’altare,

Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,

Con quel guardo atterrato ed incerto,

Con che stassi un mendico sofferto

Per mercede nel suolo stranier,

Star doveva in sua terra il Lombardo;

L’altrui voglia era legge per lui;

Il suo fato, un segreto d’altrui;

La sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio

Torna Italia, e il suo suolo riprende;

O stranieri, strappate le tende

Da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

Dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

Sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi

Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

Un giudizio da voi proferito

V’accompagna all’iniqua tenzon;

Voi che a stormo gridaste in quei giorni:

Dio rigetta la forza straniera;

Ogni gente sia libera, e pera

Della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste

Preme i corpi de’ vostri oppressori,

Se la faccia d’estranei signori

Tanto amara vi parve in quei dì;

Chi v’ha detto che sterile, eterno

Saria il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

Saria sordo quel Dio che v’udì?

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

Chiuse il rio che inseguiva Israele,

Quel che in pugno alla maschia Giaele

Pose il maglio, ed il colpo guidò;

Quel che è Padre di tutte le genti,

Che non disse al Germano giammai:

Va’, raccogli ove arato non hai;

Spiega l’ugne; l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente

Grido uscì del tuo lungo servaggio;

Dove ancor dell’umano lignaggio

Ogni speme deserta non è;

Dove già libertade è fiorita,

Dove ancor nel segreto matura,

Dove ha lacrime un’alta sventura,

Non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti

L’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

Ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

Stretti intorno a’ tuoi santi colori,

Forti, armati de’ propri dolori,

I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

Per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

Al convito de’ popoli assisa,

O più serva, più vil, più derisa

Sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!

Oh dolente per sempre colui

Che da lunge, dal labbro d’altrui,

Come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: io non c’era;

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel dì non avrà.

Binario 21: Milano centrale – Auschwitz

Avevo 13 anni nel 1943 e conoscevo da cinque la persecuzione, perché una sera di fine estate del 1938, cinque anni prima, mio papà mi spiegò con dolcezza che non avrei più potuto andare a scuola, in via Ruffini, poiché ero una bambina ebrea e c’erano delle nuove leggi che mi impedivano di continuare la mia vita come prima. Eravamo diventati cittadini “di serie B”. Cominciò una nuova vita, una nuova scuola; sentivo crescere le preoccupazioni, vedevo i visi dei miei familiari intristiti, a volte umiliati da situazioni che non mi venivano spiegate, ma che io intuivo dolorosamente.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, furono le leggi di Norimberga a condannarci. Mio papà decise di mettermi in salvo: mi procurò documenti falsi e mi affidò ad amici eroici che rischiarono la vita per nascondermi. Allora lasciai per sempre la mia casa e i miei nonni. Dopo qualche tempo mio papà ed io cercammo di fuggire in Svizzera. Eravamo in balìa di contrabbandieri esosi e senza scrupoli. Con grande fatica passammo il confine sulle montagne dietro a Viggiù e arrivammo in Svizzera. Il sogno durò poco: pochi passi in un bosco e ci imbattemmo in una sentinella che ci accompagnò al vicino comando. Là un ufficiale svizzero-tedesco non volle sentire né ragioni, né suppliche e ci rimandò indietro. A 13 anni entrai da sola nel carcere di Varese
, piangendo disperatamente. Poi fui a Como; poi a Milano, a San Vittore. Qui ero con mio papà. Il quinto raggio era destinato ai prigionieri ebrei: tutti ammassati in attesa della deportazione annunciata. Guardavo piazza Aquileia dietro i finestroni schermati.
Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche i nostri nomi. Caricati su un camion, attraversammo Milano e fummo portati alla Stazione Centrale, dove nel sotterraneo era pronto per noi un treno merci
. Fummo fatti salire a calci e pugni e piombati nei vagoni. Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati l’uno sull’altro; un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia per terra, senza né luce, né acqua.  
All’alba del 6 febbraio il treno si fermò ad Auschwitz. Ricordo il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi
, i fischi, i latrati; ricordo i comandi e ricordo quando fui separata per sempre da mio papà. Con altre 30 ragazze italiane, spaurite, stupite da questo destino, entrammo nel grande lager femminile di Birkenau. Era una città fantasma: una distesa senza fine di baracche spaventose. Il primo giorno fummo denudate, rapate a zero e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva allora il nostro nome, ma è diventato negli anni una parte di me; si identifica per me con il dolore puro, con il violento cambiamento di ruolo che dovetti subire, da figlia a ragazzina disgraziata e sola in un lager.
Imparai in fretta che lager significava morte, fame, freddo, botte, punizioni; significava schiavitù, umiliazioni, torture, esperimenti.
Fui mandata a lavorare in una fabbrica di munizioni che non si fermava mai, perché lavorava per la guerra. Ci facevano marciare cantando fino alla fabbrica e ritorno, al suono della orchestrina delle prigioniere violiniste
. Sentivamo sulla strada dei rumori familiari: suono di campane, di aerei di passaggio, ma eravamo dimenticati dal mondo fuori dal campo. Se incrociavamo dei giovani della Hitlerjugend, questi ci sputavano addosso e ci insultavano.
Le sorveglianti donne erano ancora più crudeli degli uomini; avevano potere di vita e di morte sulle prigioniere e si scatenavano su di noi con ingiustificata violenza. Vivevo con una incessante paura, mi chiudevo sempre di più in me stessa, cercando di essere invisibile
. Sul mio corpo di adolescente la pelle era cascante e le ossa sporgevano da tutte le parti. Non sapevamo che giorno e che ora fosse, non potevamo avere notizie di nessun genere. Vivevamo in assoluta promiscuità, senza rimanere un attimo sole. Dormivamo in 5, 6 per giaciglio, utilizzando i nostri zoccoli come cuscino. Ci servivamo dei gabinetti in 20, 30 contemporaneamente e, senza un cucchiaio, dovevamo inghiottire a sorsate, come animali, la zuppa orrenda che ci veniva data una volta al giorno. La lotta per la sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane. Passavano i mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo di non vedere e di non sentire. Di non vedere i cadaveri nudi e scheletriti, ammucchiati in attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni, la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi, i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità viste o subite.
Alla fine del gennaio 1945, con l’avvicinarsi dei russi, il campo fu in parte distrutto dai nazisti in fuga e tutti i prigionieri in grado di muoversi furono evacuati verso altri campi. Fui avviata con altre disgraziate come me, a piedi, sulle strade della Germania. Non mi voltavo a guardare le compagne che cadevano e che venivano finite con una fucilata alla testa. Andavo avanti e comandavo alle mie gambe di camminare
. La strada era disseminata di morti senza tomba. Ci buttavamo sugli immondezzai e ci riempivamo come pazzi di qualunque cosa. Arrivai al campo di Ravensbrück e poi ancora altri campi, fino alla primavera del 1945. Vive per miracolo, scheletri senza parvenza di femminilità, vedemmo fuggire i nostri aguzzini e giungere gli americani da una parte e i russi dall’altra. Eravamo testimoni della Storia che cambiava sotto i nostri occhi, sconvolte, stanchissime ed emozionate.
Tornai a Milano dopo mesi, quando gli americani riuscirono a organizzare il rientro, dopo averci diviso per nazionalità. Nell’agosto del 1945 arrivai, in un camion americano in piazza Cadorna. Mi avviai alla mia casa di
corso Magenta per vedere se c’era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per sempre.

(Liliana Segre, nata e cresciuta a Milano, deportata e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz – testimonianza tratta da binario21.org)

Un angolo di noi per riflettere sulle stragi del nostro passato.

“Da qui uscirete solo “Durch den Kamin” (attraverso il camino)”

Strage di Ustica: alla ricerca della verità

Esattamente 30 anni dopo, ritorna sulle pagine dei quotidiani quella che è passata alla storia come la “strage di Ustica”.

Venerdì 27 giugno 1980. Ustica, isola palermitana. L’aereo di linea  I-TIGI Douglas DC-9 della compagnia ITAVIA alle 21.04 scompare dai radar. La mattina successiva corpi senza vita galleggiano nel mar Tirreno. 81 persone perdono la vita nel disastro aereo.

Fin qui parrebbe un normale notizia di cronaca nera. Ma non è così. Quale le cause dell’accaduto? A tutt’oggi non v’è ancora chiarezza.

Nel tempo c’è chi ha pensato ad una bomba, chi ha un cedimento strutturale, chi ad una collisione fra velivoli. Ma prove certe pare non ce ne siano. Quello che fa della strage un mistero, sono presunti insabbiamenti alle prove: tracciati dei radar scomparsi, pagine di registri e carte strappate, registrazioni manomesse, testimoni deceduti misteriosamente. E ciò per depistare la giustizia da quella che da alcuni è ritenuta la vera motivazione dell’accaduto: un abbattimento. Un missile, proveniente da un aereo militare, avrebbe fatto esplodere la carlinga dell’ I-TIGI.

Una recente dichiarazione dell’allora presidente del consiglio Cossiga riporta alla luce questa teoria, arricchendola di particolari sconcertanti:

“Furono i nostri servizi segreti che informarono Amato e me che erano stati i francesi, con un aereo della Marina, a lanciare un missile non a impatto, ma a risonanza. Se fosse stato a impatto non ci sarebbe nulla dell’ aereo. I francesi sapevano che sarebbe passato l’ aereo di Gheddafi, che si salvò perché il Sismi lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro».”

Il giorno dopo il disastro al Corriere della sera arriva una chiamata dei NAR (Nuclei armati rivoluzionari), un gruppo neofascita, che rivendica la paternità dell’accaduto: una bomba nella toilette. Quegli stessi NAR che saranno accusati della strage di Bologna. Nel 1988, con una telefonata anonima alla trasmissione Telefono giallo di Corrado Augias, qualcuno dichiarò di essere stato in servizio come aviere quel giorno nella vicina stazione radar di Marsala e di aver ricevuto l’ordine di tacere su quanto successo.  Troppe incongruenze e silenzi.

Insomma un intrigo politico-militare, troppo difficile da chiarire in così poche parole. Trent’anni alla ricerca di una spiegazione definitiva che ancora non è stata data. In Inghilterra gli archivi si aprono e danno una risposta alla “domenica di sangue”; chissà se anche per questo caso qualche pagina segreta farà luce sull’accaduto; anche solo per sollevare di quel poco il cuore di chi in questo incidente ha perso gli affetti più cari. Dare un perchè a chi ha visto scomparire da un momento all’altro i propri familiari per colpa di un tragico destino, che ha ingiustamente incrociato le strade degli intrighi di potere.

Qualcuno sostiene che siamo abili maestri nella cancellazione della memoria collettiva. Chiediamoci: quanti sono a conoscenza di questa strage?