Sono ufficialmente aperte le iscrizioni al corso di cucina 2011 organizzato dal gruppo giovani!! –> scarica la locandina
Rispetto all’anno scorso..novità e conferme
Le conferme non possono che essere i nostri cuochi..apprezzatissimi e che ringraziamo per l’impegno che dedicano all’attività.
Nuova è invece l’impostazione del corso:
- 5 lezioni il lunedì sera dalle 20.30 alle 22.30 presso la Cascina del Ronco
- 10 persone a corso
- 2 corsi successivi: il primo ciclo di 5 lezioni dal 21/2 al 21/3; il secondo ciclo (con 10 nuovi corsisiti) dal 28/3 al 2/5
- costo per giovani (under 30) villesi: 60€, per tutti gli altri 90€
- termine iscrizioni: 14/02/2011
- diritto di prelazione ai giovani villesi fino al 14/02/2011 con conferma immediata della pre-iscrizione (se non sono esauriti i 20 posti), per tutti gli altri verrà predisposta una graduatoria in base al momento di iscrizione: la conferma dell’iscrizione verrà data il 15/02/2011.
- l’iscrizione è valida solo alla consegna della quota, pertanto i giovani villesi per usufruire del diritto di prelazione devono versare la quota entro il 14/02/2011.
- il termine ultimo per la consegna delle quote è venerdì 18/02/2011. Sarà presente in Comune dalle 20 alle 20.30 un incaricato
- per l’iscrizione contattare Cape 3336197777 dalle 17.30
- si chiede di indicare a quale ciclo di lezioni si preferisce/possa partecipare, in particolare se vi è la sicura impossibilità a partecipare ad un ciclo o se è indifferente il primo o il secondo ciclo
- nel caso di assenze o rinunce non è previsto il rimborso della quota
- al fine dell’assicurazione individuale è necessario fornire nome, cognome, data e luogo di nascita
- sarebbe utile anche fornire l’indirizzo e-mail ed un recapito telefonico
TUTTE LE COMUNICAZIONI CIRCA IL FUNZIONAMENTO DEL CORSO VERRANNO DATE PRIORITARIAMENTE TRAMITE IL SITO www.noidivilla.it –> tenetevi aggiornati e se volete iscrivetevi
LE RICETTE! -identiche per entrambi i cicli di lezioni-:
1) lasagne classiche-arista di maiale alle mele-torta di noci e nocciole
2) gnocchi alla romana-cinghiale fiammeggiato-zuppa spagnola
3) quiche di scarola-bocconcini di pollo all’ananas-montebianco super
4) riso integrale alla greca- ratatouille dello zingaro-torta di rose
5) maltagliati porri e gorgonzola- arrotolato di vitello ripieno-torta diplomatica
Per info contattate Cape o scrivere a info@noidivilla.it
Avevo 13 anni nel 1943 e conoscevo da cinque la persecuzione, perché una sera di fine estate del 1938, cinque anni prima, mio papà mi spiegò con dolcezza che non avrei più potuto andare a scuola, in via Ruffini, poiché ero una bambina ebrea e c’erano delle nuove leggi che mi impedivano di continuare la mia vita come prima. Eravamo diventati cittadini “di serie B”. Cominciò una nuova vita, una nuova scuola; sentivo crescere le preoccupazioni, vedevo i visi dei miei familiari intristiti, a volte umiliati da situazioni che non mi venivano spiegate, ma che io intuivo dolorosamente.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, furono le leggi di Norimberga a condannarci. Mio papà decise di mettermi in salvo: mi procurò documenti falsi e mi affidò ad amici eroici che rischiarono la vita per nascondermi. Allora lasciai per sempre la mia casa e i miei nonni. Dopo qualche tempo mio papà ed io cercammo di fuggire in Svizzera. Eravamo in balìa di contrabbandieri esosi e senza scrupoli. Con grande fatica passammo il confine sulle montagne dietro a Viggiù e arrivammo in Svizzera. Il sogno durò poco: pochi passi in un bosco e ci imbattemmo in una sentinella che ci accompagnò al vicino comando. Là un ufficiale svizzero-tedesco non volle sentire né ragioni, né suppliche e ci rimandò indietro. A 13 anni entrai da sola nel carcere di Varese, piangendo disperatamente. Poi fui a Como; poi a Milano, a San Vittore. Qui ero con mio papà. Il quinto raggio era destinato ai prigionieri ebrei: tutti ammassati in attesa della deportazione annunciata. Guardavo piazza Aquileia dietro i finestroni schermati.
Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche i nostri nomi. Caricati su un camion, attraversammo Milano e fummo portati alla Stazione Centrale, dove nel sotterraneo era pronto per noi un treno merci. Fummo fatti salire a calci e pugni e piombati nei vagoni. Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati l’uno sull’altro; un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia per terra, senza né luce, né acqua.
All’alba del 6 febbraio il treno si fermò ad Auschwitz. Ricordo il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, i fischi, i latrati; ricordo i comandi e ricordo quando fui separata per sempre da mio papà. Con altre 30 ragazze italiane, spaurite, stupite da questo destino, entrammo nel grande lager femminile di Birkenau. Era una città fantasma: una distesa senza fine di baracche spaventose. Il primo giorno fummo denudate, rapate a zero e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva allora il nostro nome, ma è diventato negli anni una parte di me; si identifica per me con il dolore puro, con il violento cambiamento di ruolo che dovetti subire, da figlia a ragazzina disgraziata e sola in un lager. Imparai in fretta che lager significava morte, fame, freddo, botte, punizioni; significava schiavitù, umiliazioni, torture, esperimenti.
Fui mandata a lavorare in una fabbrica di munizioni che non si fermava mai, perché lavorava per la guerra. Ci facevano marciare cantando fino alla fabbrica e ritorno, al suono della orchestrina delle prigioniere violiniste. Sentivamo sulla strada dei rumori familiari: suono di campane, di aerei di passaggio, ma eravamo dimenticati dal mondo fuori dal campo. Se incrociavamo dei giovani della Hitlerjugend, questi ci sputavano addosso e ci insultavano.
Le sorveglianti donne erano ancora più crudeli degli uomini; avevano potere di vita e di morte sulle prigioniere e si scatenavano su di noi con ingiustificata violenza. Vivevo con una incessante paura, mi chiudevo sempre di più in me stessa, cercando di essere invisibile. Sul mio corpo di adolescente la pelle era cascante e le ossa sporgevano da tutte le parti. Non sapevamo che giorno e che ora fosse, non potevamo avere notizie di nessun genere. Vivevamo in assoluta promiscuità, senza rimanere un attimo sole. Dormivamo in 5, 6 per giaciglio, utilizzando i nostri zoccoli come cuscino. Ci servivamo dei gabinetti in 20, 30 contemporaneamente e, senza un cucchiaio, dovevamo inghiottire a sorsate, come animali, la zuppa orrenda che ci veniva data una volta al giorno. La lotta per la sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane. Passavano i mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo di non vedere e di non sentire. Di non vedere i cadaveri nudi e scheletriti, ammucchiati in attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni, la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi, i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità viste o subite.
Alla fine del gennaio 1945, con l’avvicinarsi dei russi, il campo fu in parte distrutto dai nazisti in fuga e tutti i prigionieri in grado di muoversi furono evacuati verso altri campi. Fui avviata con altre disgraziate come me, a piedi, sulle strade della Germania. Non mi voltavo a guardare le compagne che cadevano e che venivano finite con una fucilata alla testa. Andavo avanti e comandavo alle mie gambe di camminare. La strada era disseminata di morti senza tomba. Ci buttavamo sugli immondezzai e ci riempivamo come pazzi di qualunque cosa. Arrivai al campo di Ravensbrück e poi ancora altri campi, fino alla primavera del 1945. Vive per miracolo, scheletri senza parvenza di femminilità, vedemmo fuggire i nostri aguzzini e giungere gli americani da una parte e i russi dall’altra. Eravamo testimoni della Storia che cambiava sotto i nostri occhi, sconvolte, stanchissime ed emozionate.
Tornai a Milano dopo mesi, quando gli americani riuscirono a organizzare il rientro, dopo averci diviso per nazionalità. Nell’agosto del 1945 arrivai, in un camion americano in piazza Cadorna. Mi avviai alla mia casa di corso Magenta per vedere se c’era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per sempre.
(Liliana Segre, nata e cresciuta a Milano, deportata e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz – testimonianza tratta da binario21.org)
Un angolo di noi per riflettere sulle stragi del nostro passato.
“Da qui uscirete solo “Durch den Kamin” (attraverso il camino)”
Sono aperte le iscrizioni al corso base di fotografia naturalistica, organizzato dagli Amici del Museo di Scienze Naturali “Sini” di Villa d’Almè.
Le iscrizioni si chiuderanno il 26 febbraio, comunque al raggiungimento di 30 adesioni.
Per informazioni ed adesioni telefonare al numero 335 8214808 oppure inviare una mail a: amicidelmuseosini@archivio.it